L’intelligenza artificiale non è solo una risorsa, ma una vera e propria realtà che sta investendo qualsiasi settore che parte dall’economia fino ad estendersi in campi più diramati. Negli ultimi tempi il futuro dell’AI è concretamente auspicabile anche nelle aziende, medio o piccole che siano. Il nodo centrale tuttavia è riposto in un fattore: la fiducia. La relazione emotiva tra qualsiasi impresa e i suoi clienti incentra il motore di tutto, sulla base di scelte, di attaccamento, di fedeltà. Secondo una ricerca uno studio commissionato da Accenture, la fiducia è quindi un concetto misurabile, ottenuto dal ripetersi di esperienze basate su competenza, trasparenza, dedizione e integrità. La perdita di fiducia da parte di utenti, partner e persino della stampa può creare situazioni critiche decisive.

La questione è molto delicata, tuttavia lo scenario di un evoluzione tecnologica non è da vedere sotto una lente distopica, perché le preoccupazioni sull’eccessivo potenziamento delle macchine resta uno scenario da film di fantascienza. Ogni evoluzione e cambiamento nasce dalla volontà di garantire fiducia e progresso per l’azienda. Ogni investimento promuove lo sviluppo e la crescita, quindi in linea con la continuità dei rapporti impresa-cliente.

La preoccupazione grande nasce per costruire una solida struttura etica che possa rendere le scelte dei sistemi di intelligenza artificiale sicure, trasparenti. La capacità unica e tipica dell’intelligenza artificiale genera ansie, ma consente anche di sperimentare pratiche che possono diventare capisaldi per aziende e interi comparti. L’obiettivo più grande è quello di costituire nel futuro prossimo un reale vantaggio competitivo. Il settore dell’automazione e della mobilità stanno dando grosso sviluppo, incrementando il tanto auspicato vantaggio competitivo. Basti pensare alla nascita di navigatori sotto forma di app social o del progetto carpooling.

Un futuro intelligente e ricco di innovazione deve avere sempre alla base la fiducia.

Fonte:
L’intelligenza artificiale a scuola di etica. Perché le aziende devono potersi fidare dei cervelli virtuali

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