Una delle caratteristiche proprie dell’uomo è il linguaggio e la potenzialità narrativa che da esso ne consegue. Le storie piacciono, coinvolgono, lasciano un messaggio, entrano dentro il vissuto umano e generano cambiamenti nei pensieri, negli affetti, negli atteggiamenti. La narrazione è una forma di empatia, mi posso riconoscere in un personaggio e sentire che ha vissuto la mia stessa esperienza emotiva. Chi di noi non ha fatto l’esperienza di capire se stesso a partire dalla narrazione. Essa è capace di fornire quelle parole giuste che ci aiutano ad essere più consapevoli del nostro vissuto.

Insomma la narrazione fa bene e funziona, è una potenzialità e come tale ha mille risvolti. Le abilità comunicative dell’uomo sono sempre riuscite a superare le barriere e vanno oltre le possibilità tecniche. “Siamo nell’epoca della comunicazione”, è una di quelle espressioni che danno un’evidenza dei fatti, ma a cui nel concreto non sappiamo dare un giusto collocamento. Insomma, di quelle frasi che dicono tutto e niente forse perché gli studi sulla comunicazione non hanno secoli di tradizione. Ciò, di certo, non vale per la narrazione le cui potenzialità sono all’evidenza dei fatti da millenni. La storia sacra è una narrazione, le favole di Fedro sono una narrazione, tutto il filone relativo alla mitologia è una narrazione ancor oggi largamente utilizzata per comprendere l’uomo nel corso della storia.

E oggi? Basta vedere il successo delle serie su qualunque piattaforma per capire che le storie funzionano e per di più danno ottimi risultati commerciali. La pubblicità ha colto molto bene questa dimensione. I pubblicitari riescono a creare una narrazione del prodotto riuscendo anche a non far comparire lo stesso. Come? La potenza della narrazione.

Il finale delle storie non sempre piace. La piattaforma Netflix ha iniziato a fine 2018 la sfida interattiva con l’episodio Bandersnatch. Esso fa parte della serie Black Mirror la cui tematica principale è legata alle conseguenze, narrate in una prospettiva negativa, che può prendere la tecnologia. Gli esempi potrebbero continuare, ma siamo sicuri che la narrazione è solo una prerogativa umana?

È stato pubblicato proprio in questi giorni il libro di Joseph Sassoon dal titolo abbastanza paradigmatico “Storytelling e Intelligenza Artificiale”. Le prime righe di quarta copertina, come afferma l’autore nel suo blog, esplicitano molto bene ciò cui si parla.

«Da tempi immemorabili, il racconto di storie è stato dominio esclusivo dell’uomo. Nessun’altra creatura vivente ha mai dato prova di questa particolare inclinazione, legata a prerogative tipicamente umane, come le capacità di elaborazione simbolica e di linguaggio. Da adesso in poi, però, con una cesura di rilievo storico ancora difficile da comprendere, raccontare storie potrebbe non essere più un’impresa soltanto umana. Sebbene nella fase attuale algoritmi e intelligenza artificiale tendano a intervenire principalmente con funzioni di aiuto, anch’essi possono essere considerati – sempre più – non solo meccanismi di riproduzione, ma veri e propri artefici di nuove storie e racconti. Questo passaggio è sbalorditivo ed emozionante».

È interessante notare che l’autore del libro è docente di Brand Storitelling all’Università di Pavia. La pubblicità nel campo dell’efficacia comunicativa ha sempre dettato legge e non solo per vendere prodotti. L’intreccio tra pubblicità e ad esempio non è certo una novità. Per concludere possiamo proprio dire che il confine tra uomo e macchia, o meglio, tra uomo e intelligenza artificiale va proprio ripensato. Le questioni che si aprono abbracciano riflessioni etiche, filosofiche e morali non indifferenti.

Fonte
L’intelligenza artificiale entra nella pubblicità

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